ARTICOLO 1: IL LAVORO COME FONDAMENTO TRA COSTITUZIONE E REALTÀ

di Luca Vismara – Collaboratore di Lexacivis

“Non giudicare un libro dalla copertina” è un invito a evitare valutazioni superficiali. 

Tuttavia, nel caso della Costituzione italiana, l’articolo 1, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, rappresenta una sintesi particolarmente significativa ed ha in sé tutti gli elementi sufficienti per farsi un’idea di cosa verrà dopo negli altri 138 articoli.

Nel 1946, all’indomani della caduta del regime fascista e della fine della Seconda guerra mondiale, gli italiani furono chiamati a scegliere la forma di governo attraverso unreferendum istituzionale optando per la Repubblica: non vi era più spazio nel paese per una corona e per la sua carta, lo Statuto Albertino. 

Sorge perciò il problema di sostituire quella carta monarchica, ormai vetusta, e di dare una cornice di diritto a quella nuova nazione che stava nascendo: sarà questo il lavoro dell’Assemblea costituente, composta da 556 membri eletti, i cui lavori si svolsero tra il 1946 e il 1947.

Dalle notizie storiche che abbiamo appena elencato, il primo articolo sembra già scritto: l’Italia ha scelto la sua forma di governo “L’Italia è una Repubblica democratica”. In questo contesto si afferma poi il principio secondo cui “la sovranità appartiene al popolo” inteso come insieme di cittadini eguali nei diritti: cosa non scontata soprattutto per un paese appena uscito da una dittatura che aveva firmato le leggi razziali. E come i poteri del vecchio Re erano limitati dallo Statuto Albertino per evitare che diventasse un monarca assoluto, così anche il popolo, per evitare che il paese diventi invece un’anarchia, deve esercitare la sua sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. 

Sarebbe bastato questo per il quadro generale di uno stato, né più né meno, e invece dobbiamo analizzare l’ultimo tassello, quello meno scontato.

Particolare rilievo assume l’espressione “fondata sul lavoro”, inserita per qualificare la natura stessa della Repubblica. Tale formula fu oggetto di ampio dibattito in Assemblea costituente e riflette l’intento di porre il lavoro al centro dell’ordinamento, non solo come attività economica, ma come elemento di partecipazione sociale e di realizzazione della persona.

Il senso non è banale: affermare che la Repubblica è fondata sul lavoro significa escludere ogni fondamento nel privilegio o nella rendita, e riconoscere nel lavoro il modo attraverso cui ogni individuo realizza sé stesso e contribuisce al bene comune. In questa prospettiva, il lavoro è insieme diritto e dovere, ed è uno dei principali strumenti di uguaglianza e dignità.

A oltre settant’anni dalla sua entrata in vigore, il principio secondo cui la Repubblica è “fondata sul lavoro” continua a rappresentare un riferimento centrale per l’ordinamento italiano. Ma se sul piano giuridico il suo significato appare chiaro, più complesso è il confronto con la realtà economica attuale.

Il contesto economico e produttivo in cui tale principio si colloca è profondamente mutato, rendendo necessario un confronto tra il dettato costituzionale e le condizioni effettive del mercato del lavoro.

Negli ultimi decenni, il mondo occupazionale ha conosciuto trasformazioni significative: alla diffusione dei contratti a termine e del lavoro autonomo non stabile si è affiancata la crescita di nuove forme di occupazione legate alle piattaforme digitali. Questo ha inciso sulla continuità lavorativa e sulla capacità del lavoro di rappresentare uno strumento stabile di integrazione sociale.

Parallelamente, i principali indicatori economici evidenziano alcune criticità strutturali. Secondo ISTAT, il tasso di occupazione in Italia si colloca intorno al 60%, un valore inferiore alla media dell’Unione Europea che supera il 70% secondo Eurostat.

Il divario appare più marcato per alcune categorie, in particolare giovani e donne, e presenta significative differenze territoriali.

Sul piano retributivo, i dati mostrano una dinamica stagnante nel lungo periodo. L’OCSE evidenzia come i salari reali italiani abbiano registrato una crescita tra le più deboli tra i paesi avanzati negli ultimi trent’anni. Questo andamento si collega, almeno in parte, alla bassa crescita della produttività del lavoro che, secondo Eurostat, risulta tra le più contenute nell’area euro: tra il 2000 e oggi la produttività per ora lavorata in Italia è cresciuta di circa il 7% a fronte di un aumento medio nell’Unione Europea superiore al 20%.

Le difficoltà del mercato del lavoro si inseriscono, tuttavia, in un quadro economico più ampio caratterizzato da alcune specificità strutturali del sistema produttivo italiano. Una delle principali riguarda la dimensione delle imprese: in Italiacirca il 96% delle aziende ha meno di 10 addetti, con una dimensione media intorno ai 4 lavoratori, significativamente inferiore rispetto a paesi come la Germania dove la media supera i 10 addetti. 
Questa frammentazione incide sulla produttività poiché il valore aggiunto per addetto aumenta sensibilmente al crescere della dimensione aziendale, arrivando a più del doppio nelle imprese di grandi dimensioni rispetto alle microimprese. 

La struttura produttiva si caratterizza quindi per una forte presenza di piccole realtà spesso con limitata capacità di investimento, di accesso al capitale e di innovazione. Questo aspetto si riflette anche nella spesa in ricerca e sviluppo: in Italia questa si attesta intorno all’1,4% del PIL, contro una media europea superiore al 2% e valori che in paesi come la Germania superano il 3%. 

Un ulteriore elemento riguarda il capitale umano. Secondo Eurostat, solo circa il 30% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo universitario, a fronte di una media europea superiore al 40%. 
A ciò si aggiungono livelli medi di competenze numeriche e digitali inferiori rispetto ad altri paesi avanzati, come rilevato anche da indagini internazionali coordinate dall’OCSE.

Questi fattori, dimensione d’impresa, investimenti in innovazione e qualità del capitale umano, contribuiscono a spiegare la difficoltà del sistema economico italiano nel sostenere una crescita stabile della produttività e, di conseguenza, dei salari e dell’occupazione.

In questo quadro, il riferimento costituzionale al lavoro assume una funzione di orientamento. L’articolo 1, letto insieme ad altre disposizioni della Costituzione come l’articolo 4, che riconosce il diritto al lavoro, e l’articolo 36, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente,continua a delineare un modello in cui il lavoro non è soltanto un fattore economico ma un elemento essenziale di cittadinanza e partecipazione alla vita collettiva.

Il confronto tra questi principi e i dati economici evidenzia come il significato di “fondata sul lavoro” non si esaurisca in una definizione formale, ma richiami la necessità di condizioni economiche e sociali che rendano effettivo l’accesso al lavoro, ne migliorino la qualità e ne garantiscano la sostenibilità nel tempo.

In occasione del 1° maggio, tale espressione conserva quindi una duplice valenza: da un lato, rappresenta una scelta fondativa dell’ordinamento repubblicano; dall’altro, offre una chiave di lettura per interpretare le trasformazioni del mercato del lavoro e le principali sfide economiche del presente, mantenendo al centro il ruolo del lavoro come fondamento della Repubblica.

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