L’Ilva è una tra le più importanti aziende siderurgiche del XX secolo in Italia con una travagliata storia societaria alle spalle, ma soprattutto, da sempre al centro della cronaca per un continuo dibattito sull’inquinamento ambientale provocato da quest’ultima e, non ancora risolto.
In questi ultimi giorni, infatti, a far notizia è la sentenza della Cassazione sulla decisione in merito alla chiusura definitiva (o meno) di tutti gli impianti.
Cenni sugli inizi della vicenda giudiziaria
Prima di parlare della sentenza della Cassazione, occorre ricostruire un po’ per sommi capi la vicenda giudiziaria che vede quest’azienda protagonista. Tutto inizia nei primi anni del 2000, quando a livello europeo nasce e si diffonde via via l’interesse per la tutela ambientale (con tanto di normativa comunitaria) del territorio; nello specifico, nel 2005 l’Ilva dovette chiudere lo stabilimento di Genova e nel 2012 quello di Taranto fu posto sotte sequestro.
Tali provvedimenti furono presi anche a seguito dalla pronuncia della Corte dell’Unione europea del 30 marzo 2011, che condannò l’Italia per infrazione della legge comunitaria, dando inizio ad una serie di inchieste e processi.
Secondo la Corte di Lussemburgo, l’Italia si rese inadempiente alla Direttiva 2008/1/CE sulla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento, che prescrive l’obbligo, da parte delle attività industriali ad alto potenziale inquinante, di dotarsi di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), alla Direttiva 89/391/CE, sulla sicurezza e salute sul luogo di lavoro (SSL) e alla Direttiva 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale, basata sul principio “chi inquina paga” che prevede, per le attività pericolose come la produzione siderurgica, una responsabilità presunta del gestore in caso di incidenti.
A seguito della riapertura degli impianti, avvenuta nel 2013, la Commissione UE invitò l’Italia ad adeguarsi alla nuova direttiva Direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali e i grandi impianti di combustioni (Direttiva IED), sostitutiva della Direttiva IPPC, che avrebbe dovuto essere recepita dagli Stati membri entro il 7 gennaio 2013.
Le prove di laboratorio eseguite ai tempi per conto della Commissione Ue evidenziarono un forte inquinamento dell’aria, delle acque e del terreno, riconducibile all’attività dell’Ilva, riguardante sia l’area industriale dell’acciaieria che le zone abitative adiacenti della città di Taranto, pertanto, oltre alla mancata trasposizione della Direttiva IED nei termini prescritti, la Commissione UE rilevò, in questa occasione, anche l’assenza di controlli e di interventi delle autorità italiane sul corretto funzionamento dell’impianto Ilva.
Contemporaneamente alle sanzioni europee, si aprono diversi processi penali il più importante (c.d. processo “ambiente svenduto”) è ancora pendente ed è stato avviato nel 2015 si basa sulle accuse di disastro ambientale, avvelenamento da sostanze chimiche e associazione a delinquere.
Nel 2018, anche la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi in merito all’illegittimità di alcuni D.L. del 2015 (sentenza n. 58 del 28 marzo 2018) stabilendo che è necessario un bilanciamento tra la tutela del diritto alla salute, la tutela dell’ambiente e la garanzia del diritto al lavoro; la Corte afferma che tutela della salute e dell’ambiente non possono essere “diritti tiranni” rispetto al diritto al lavoro.
La vicenda giudiziaria dal 2019 ad oggi
Nel 2019 la CEDU condanna l’Italia per non aver tutelato la salute dei cittadini residenti nelle zone dell’acciaieria, violando così l’articolo 8 della Convenzione (sentenza Cordella e altri c. Italia) e non garantendo un ricorso effettivo.
A maggio del 2021 il Tribunale di Taranto ha emesso la storica sentenza sul processo “ambiente svenduto” condannando 26 imputati e disponendo la confisca degli impianti e della società; tuttavia, tale sentenza viene annullata, dalla Corte d’Appello d’Assise di Taranto per incompetenza territoriale del Tribunale di Taranto nel 2024.
Sul piano europeo, sempre nello stesso anno, la CGUE si è espressa sul caso dell’ Ilva (C-626/22) a seguito delle domande pregiudiziali sollevate dal Tribunale di Milano. La CGUE ha stabilito che, se sussiste pericolo grave e rilevante per la salute umana e per l’ambiente, l’attività degli impianti deve essere sospesa evidenziando inoltre che l’interesse economico e produttivo dello Stato o delle imprese non può prevalere in modo assoluto sul diritto dei cittadini a vivere in un ambiente sano e sicuro.
La CGUE ha inoltre affermato l’incompatibilità tra il diritto europeo e quello nazionale per quanto riguarda le continue proroghe/ deroghe tempestive per garantire il proseguimento dell’attività in attesa di un adeguamento ambientale.
Tale pronuncia ha posto due vincoli: il primo nei confronti delle industrie, le quali sono tenute ad operare tenendo in considerazione gli effetti sulla salute dei cittadini; il secondo vincolo è giuridico, infatti tale sentenza consente ai giudici di ordinare la cessazione dell’attività produttiva qualora non vi sia la sicurezza sanitaria adeguata.
Sulla base di tale decisione il Tribunale di Milano prima e la Corte d’appello poi, hanno ordinato la cessazione delle attività dell’industria siderurgica entro 90 giorni. A seguito di tale provvedimento, la società a capo degli impianti ha presentato ricorso davanti alle Sezioni Unite della Cassazione.
La Cassazione si è così riunita lo scorso 20 ottobre per stabilire se annullare il provvedimento di sospensione disposto dai giudici milanesi ed avvalorare così la tesi sostenuta dal Procuratore Generale, secondo il quale la scelta di sospensione si basa su dati non più attuali e che soprattutto, non bilancia la tutela del diritto alla salute e dell’ambiente con il diritto al lavoro.
Qualora la Cassazione decidesse, invece, di confermare il provvedimento sosterrebbe la posizione degli ambientalisti secondo i quali il diritto alla salute non può essere subordinato a necessità economico produttive.
Quale sia la decisione definitiva della Cassazione in merito al futuro dell’Ilva, ad oggi non è dato saperlo.
In conclusione, va detto che il Consiglio dei Ministri, pochi giorni prima dell’udienza ha approvato misure urgenti a sostegno dei lavoratori dell’Ilva emanando il D.L. 185/2026 e congiuntamente il Ministero del Lavoro ha richiesto un incontro con i sindacati per poter valutare ulteriori misure a favore dei lavoratori oltre alla cassa integrazione già prevista.
Gloria Vindigni
Direttrice Lexacivis