di Filippo Carpenedo – Studente di Cultura umanistica e divulgazione e collaboratore di Lexacivis  

Il presidente repubblicano commenta “È un giorno storico per gli Stati Uniti”

Festeggiamenti, proteste e disappunto. Questo è quello che ha accompagnato la nomina di Amy Coney Barrett a nuovo membro della Corte Suprema a pochissimo dal voto delle elezioni presidenziali americane. È un gol allo scadere di Trump che può riaprire tutto a pochi minuti dal fischio finale.

La protagonista di questa vicenda è una donna, la prima madre di bambini in età scolastica (ben sette) a diventare membro della Corte suprema. Laureata in giurisprudenza, professoressa di Legge all’University of Notre Dame in Indiana, ultracattolica e di ispirazione
conservatrice. Viene nominata da Trump il 26 settembre come membro della Corte Suprema degli Stati Uniti tra le proteste dei Democratici, fortemente contrari a causa delle imminenti elezioni presidenziali. Un mese dopo, il 26 ottobre, il Senato conferma la Barrett con una maggioranza di 52 a 48. Da quel momento i giudici conservatori della Corte Suprema diventano 6 su 9, con una maggioranza repubblicana che non si vedeva dagli anni 30 del 900’.

La Barrett prenderà il posto dell’ex giudice Ruth Bader Ginsburg, ma ciò che lascia più amarezza sono le parole glaciali lasciate nel suo testamento politico: “Il mio più fervente desiderio è di non venire sostituita fino a quando non si sarà insediato il nuovo presidente”,
volontà non rispettata da Trump. Il leader dei Democratici in Senato commenta così: “Avete rubato il posto lasciato vacante da R. B. Ginsburg”, icona liberale e femminista nominata da Bill Clinton.

Trump, in questo modo, ha spianato la propria strada verso l’abolizione dell’Obamacare (la riforma sanitaria del presidente Obama) o verso la revisione della sentenza Roe vs Wade del 1973 e con la quale è stato possibile legalizzare l’aborto. Non solo: a essere in discussione potrebbero essere anche le conquiste più recenti sul fronte dei diritti civili, come ad esempio il diritto alle nozze gay.

Dal canto suo, la Barrett ha annunciato che ricoprirà il suo ruolo in maniera indipendente dalla politica e dalle preferenze personali e l’America intera si augura che le sue parole non siano di circostanza visto il lunghissimo mandato che avrà la 48enne nominata a vita come tutti i giudici della Corte Suprema.

Questa nomina cambia le carte in tavola in vista delle elezioni presidenziali? In un certo senso sì. I sondaggi segnalano l’assottigliamento del vantaggio di Biden al 7,8% (era di oltre 10 punti una settimana fa). Ma c’è un precedente inquietante nel quale la Corte Suprema ha giocato il ruolo di ago della bilancia nella scelta del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Era il 2000, si sfidavano G. Bush e Al Gore e la vittoria elettorale del repubblicano è stata determinata in Florida proprio dalla Corte Suprema. In Florida il governatore era il fratello di G. Bush e lo Stato è tradizionalmente avverso ai democratici: non la situazione perfetta per il candidato Gore che era in vantaggio a livello nazionale, ma i voti della Florida avrebbero potuto ribaltare il risultato della sfida. Il giorno dell’election day era data come scontata la vittoria repubblicana di Bush in Florida, ma durante la notte accadde qualcosa di impensabile: alle 3 della mattina il margine di 38.000 voti per la vittoria si era assottigliato a 11.000. Trenta minuti dopo erano solo 6.000. Alle 4 e mezza erano meno di 2.000. La mattina il margine si era ridotto a poco più di 300 voti. Si rese necessario un riconteggio al quale i repubblicani si opposero, inizialmente senza successo.

L’aria che si respirava era pesante: c’era moltissima tensione, si diceva che i democratici stessero falsificando le schede e un democratico incaricato al riconteggio venne addirittura quasi linciato dalla folla nella confusione generale. In questa situazione incerta intervenne la Corte Suprema che bloccò il riconteggio e annunciò Bush nuovo presidente. Gore avrebbe potuto opporsi e continuare la battaglia sul fronte legale, ma non lo fece in nome dell’unità nazionale e della forza della democrazia, una decisione che Trump di certo non prenderebbe, considerando che già parla di brogli legati al voto via posta.

In ogni caso, il voto delle prossime elezioni, potrebbe subire un riconteggio a causa del macchinoso meccanismo del conteggio dei voti via posta e per questo motivo Trump vuole avere dalla sua la Corte. E se questo gol al 90° cambiasse le sorti di un intero campionato?

Pubblicato da Lexacivis

Lexacivis è un sito a scopo informativo, che porta i cittadini a conoscenza delle leggi a loro più vicine in modo chiaro e semplificato.

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