di Filippo Carpenedo – Studente di Cultura umanistica e divulgazione e collaboratore di Lexacivis  

Il 46° presidente degli Stati Uniti sarà Joe Biden, il democratico che ha accumulato più voti in tutta la storia dell’autoproclamata “democrazia più grande del mondo”. A sentirla così sembrerebbe una schiacciante e gloriosa vittoria dei democratici: ma è veramente così?

“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza” scriveva Manzoni di Napoleone: la stessa domanda ce la poniamo oggi pensando al risultato delle elezioni presidenziali negli USA. Sicuramente è una vittoria a metà, o, per dirla alla D’Annunzio, una vittoria mutilata: parte dell’elettorato repubblicano, infatti, non riconoscerà la vittoria di Biden e lo stesso Trump ha già detto che sfiderà legalmente tutti gli stati assegnati al democratico per frode elettorale con, a quanto pare, un mare di prove e la ferma convinzione di vincere.

Se The Donald dovesse scegliere le vie legali, avrebbe poco più di un mese per ribaltare il risultato dato che il termine ultimo per un’eventuale decisione della Corte Suprema è il 14 dicembre, giorno in cui il Collegio elettorale formato dai 538 grandi elettori formalizzerà l’elezione di Biden. Inoltre, dato che il sistema elettorale è decentrato sui vari Stati, ogni ricorso sui voti dovrà essere fatto Stato per Stato ed è quindi un meccanismo più macchinoso di come appare, perché passerebbe per le varie Corti supreme dei vari Stati interessati, per poi traferire l’accusa alla Corte suprema federale.

Un altro dato che non si sta considerando è il senso che avrebbe il ricorso: ci deve essere, infatti, un margine di voti minimo tra Trump e Biden per rendere sensato il ricorso del repubblicano. Se The Donald dovesse perdere per un centinaio di grandi elettori, avrebbe veramente senso agire legalmente? La Corte suprema, infatti, difficilmente prenderà una decisione così politica per preservare la solidità del sistema democratico costituzionale e Trump difficilmente vorrà andare incontro a due sconfitte consecutive, una elettorale e l’altra legale.

Ciò che è certo è che la vittoria di Biden è parziale: la maggioranza al Senato non sarà ampia ed è proprio questo che renderà il neopresidente molto più imbrigliato di quanto si creda. Il Senato è destinato a diventare, come è stato negli ultimi 30 anni, il vero luogo di snodo della negoziazione politica. È infatti formato da 100 senatori, 2 per ogni Stato, e si rinnova ogni 2 anni un terzo alla volta. La situazione di partenza, alle elezioni di quest’anno, era di una maggioranza repubblicana di 53 a 47, con 35 seggi che andavano a rinnovo: ai democratici, per ottenere la maggioranza, serviva conservare tutti i loro senatori (tranne quelli dell’Alabama, che era scontato sarebbero passati ai repubblicani) e avere 5 nuovi senatori eletti. Risultato? Una vittoria a metà, dato che hanno conservato tutti i loro senatori (tranne uno), ma hanno perso 3 delle 5 sfide elettorali per il rinnovo del Senato. Allo stato attuale, il Senato segna un 48 a 48 con Alaska e North Carolina ancora da scrutinare (ma che probabilmente andranno ai repubblicani) e uno Stato che andrà al ballottaggio a gennaio. Questo ci fa capire che Biden non avrà vita facile all’interno del panorama politico americano.

Rimangono degli USA lacerati: le prime parole di Biden, non a caso, richiamano il popolo americano all’unità: “Voglio unire gli Stati Uniti. Non ci sono stati blu o stati rossi, ci sono solo gli Stati Uniti. Domani sarà un giorno migliore”. Sarà davvero un giorno migliore? Ai posteri l’ardua sentenza.

Pubblicato da Lexacivis

Lexacivis è un sito a scopo informativo, che porta i cittadini a conoscenza delle leggi a loro più vicine in modo chiaro e semplificato.

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