Guerra e mercati (e prezzi): cosa c’è alla base?

di Leonardo Pietro Cervesato – Dottore in Ingegneria Gestionale e Redattore Lexacivis

Un contesto sicuramente anomalo, quello di oggi, fatto dai postumi, speriamo definitivi, di una pandemia globale e da un conflitto tuttora in corso ma che fin da subito ha generato conseguenze strutturali a livello economico e sociale. 

Premettendo che la prima preoccupazione riguarda le intere città e popolazioni in pericolo di vita a causa del conflitto armato tra Russia e Ucraina, è inevitabile cogliere le conseguenze sul lato economico e finanziario che l’invasione della Russia ha causato a livello globale, se non altro per comprenderne le ripercussioni sulla società e sui consumatori finali.  

I mercati finanziari, governati intrinsecamente da logiche di investimento e da rapidità di reazione agli eventi, sono stati i primi ad accusare il colpo dell’instabilità geopolitica e della forte incertezza legata al conflitto Russia Ucraina. Già nelle prime due settimane del conflitto, infatti, le principali borse mondiali hanno registrato perdite a doppia cifra attraversando un periodo di forte volatilità dei prezzi. La preoccupazione degli investitori, come è solito accadere, ha generato un meccanismo di disinvestimento che ha portato, ad esempio, una riduzione del 14,6% per la borsa di Milano e del 12% per quella di Parigi. In pratica, nel giro di un paio di settimane i mercati finanziari sono ricaduti ai minimi di due anni prima, cancellando i tentativi di recupero dalla crisi legata alla pandemia. 

Ma se l’incertezza e l’instabilità degli eventi a livello geopolitico sono, storicamente ed empiricamente, alcune tra le variabili principe nelle azioni di disinvestimento e di crollo dei mercati, è altrettanto vero che, come ci insegna la storia, in tutti i momenti di crisi degli ultimi secoli le borse sono riuscite a recuperare in un tempo non superiore ai 12 mesi, dalla crisi di Wall Street nel ‘29 alla bolla di internet alla Lehman Brothers e quelle del Golfo e dei Balcani. 

Dal punto di vista degli investitori, due sono le principali chiavi di lettura e spunti di riflessione di una tale situazione. Sicuramente, e sia il presente sia il passato lo dimostrano, le crisi finanziarie precedono periodi floridi per gli investimenti in termini di occasioni e di crescita complessiva. D’altro canto, è fondamentale capire come cogliere le occasioni dettate da periodi anomali e tramutarle in opportunità. Innanzitutto, infatti, l’investimento in periodi di decrescita e successiva crescita dei mercati comprende una scelta accurata del timing, ovvero della strategia di posizionamento e del tempismo di un’operazione. Altro elemento fondamentale è la gestione della paura e del timore di ulteriori depressioni dei mercati: se, a fronte di notevoli ribassi in un mercato, l’investitore decide di vendere (temendo ulteriori ribassi), allora rinuncia a recuperare le perdite subite. Vendere azioni in un momento di crollo del loro prezzo equivale, ovviamente, ad una perdita di redditività dell’investimento. Gli investitori che hanno saputo “resistere” al timore della perdita di valore delle proprie quote, anche diversificando il portafoglio di investimento, ne hanno poi raccolto i frutti durante la risalita generale delle borse, iniziata a poco meno di 2 mesi dal conflitto. 

Giungiamo ora al legame, complesso e talvolta di difficile interpretazione, tra l’alta volatilità dei mercati registrata dall’inizio del conflitto e l’aumento vertiginoso dei costi delle materie prime e dell’energia. La realtà industriale europea e non solo si è ritrovata, specialmente negli ultimi mesi, a fare i conti con gravi problemi di fornitura di materie prime, semilavorati ed energia, in termini di disponibilità e di costi. Da un lato i problemi colpiscono in modo diretto gli introiti delle aziende che, non potendo disporre delle forniture vitali per il proprio business, si ritrovano a non poter soddisfare le richieste dei clienti ed a registrare mancate vendite. Dall’altro lato, qualora ci sia disponibilità di materie prime, esse hanno costi di acquisto che superano anche il 200% rispetto ad analoghe situazioni di due anni fa: questo incide sul bilancio delle aziende, che si ritrovano ad avere un’esposizione finanziaria inevitabile ma spesso rischiosa e talvolta insostenibile, specialmente per aziende di piccole dimensioni. 

È bene specificare che il fenomeno fonda le proprie origini ben prima del conflitto Russia Ucraina e del conseguente comportamento anomalo dei mercati: la carenza vera o presunta dei beni richiesti colpisce l’industria occidentale ormai da tempo. È possibile però individuare, nella realtà finanziaria, fattori che hanno amplificato il fenomeno sino a portarlo alla situazione odierna: l’incertezza sui prezzi di mercato ne è il principale. L’industria finanziaria sopravvive sostanzialmente grazie a due principali strumenti che offre ai settori: la riduzione dei costi legati alle scelte intertemporali e la copertura dai rischi economici. Un dibattito interessante sostiene che, per sostenere la domanda di copertura dai rischi economici, spesso la finanzia incentivi tali rischi, il che si traduce inevitabilmente in incertezza sui mercati e volatilità dei prezzi che, in un contesto di questo tipo, tendono ad aumentare. 

Al netto della risoluzione del dibattito, è evidente che, negli ultimi anni e sempre più negli ultimi mesi, i prezzi sui mercati finanziari abbiano fortemente influenzato quelli dei beni corrispondenti nei mercati reali. Sono evidenti i casi legati al mercato del petrolio, ai metalli, agli oli vegetali, alla soia o al rame, per cui i prezzi reali sui mercati vengono direttamente determinati da quelli finanziari nelle borse. 

Come spesso accade per i fenomeni macroeconomici influenzati congiuntamente da accadimenti geopolitici, dai mercati finanziari, reali e dai consumatori, le variabili chiave non sono né poche né tanto meno facilmente isolabili ed identificabili; certo è che una minor volatilità dei prezzi sui mercati finanziari, influenzata dalle scelte degli investitori ma soprattutto dalle reazioni ad accadimenti naturali o geopolitici, porta ad una maggiore stabilità nei mercati reali, in termini di costo e di disponibilità, incidendo in modo diretto e virtuoso sui risparmiatori e sui consumatori finali. 

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