AI CIVILI CHI CI PENSA? TRE STRUMENTI PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI

di Martina Benvenuto – dottoressa in Giurisprudenza, Vicepresidente e Vicedirettrice Lexacivis e Irene Vendrame – dottoressa in Philosophy, International and Economic Studies e Direttrice Marketing Lexacivis

La guerra in Ucraina è stata per gli occidentali – e soprattutto per noi europei – un fulmine a ciel sereno: nessuno credeva davvero che nel 2022 potesse scoppiare un conflitto così acceso e violento proprio alle porte dell’Europa. L’aspetto che ci ha reso più sgomenti è stato probabilmente il coinvolgimento dei civili, delle persone comuni, quelli con cui riusciamo ad empatizzare di più. Da un lato, questo ci ha resi più solidali, ci ha fatto spalancare le porte all’esodo di sfollati che provengono dalle città ucraine; dall’altro siamo rimasti spiazzati di fronte alle stragi di gente comune, morta ammazzata mentre stava andando a fare la spesa o mentre era in bicicletta. Però, se in prima battuta era l’incredulità il sentimento che abbiamo provato, con il tempo essa ha lasciato spazio ad un generale senso d’impotenza: come può succedere un orrore del genere, oggi? È possibile che non ci siano strumenti che funzionino per lo meno come deterrente? Chi ha compiuto tutto ciò rimarrà davvero impunito?

Noi abbiamo provato a dare una risposta a queste domande e abbiamo scoperto che, sì, il diritto internazionale ci mette a disposizione tre strumenti per far fronte a questo tipo di situazioni.

Il primo strumento si chiama diritto umanitario o diritto internazionale dei conflitti armati e riguarda proprio le situazioni di guerra. Si tratta di un insieme di norme che si struttura all’interno delle 4 convenzioni di Ginevra del 1949 e dai protocolli aggiuntivi che sono stati siglati nel 1977 e ha come finalità quella di limitare l’uso della violenza durante gli scontri. È volto da un lato a proteggere i civili e quei soldati che si trovano al di fuori del combattimento (come, ad esempio, i feriti o i prigionieri di guerra), dall’altro a limitare l’uso della violenza anche tra i combattenti legittimi, ovvero le persone, come i militari, che sono parte attiva nei combattimenti. Quest’ultimo punto non è affatto scontato, perché, se, come abbiamo visto in questo approfondimento, l’azione di guerra è in alcuni casi consentita, essa è legittimata fintanto che la sua carica e la sua violenza sono proporzionate al vantaggio militare ottenibile. Al contrario, se un’azione di guerra è inutile o superflua, essa è vietata e di conseguenza perseguita. Questo tipo di diritto gode del principio di extraterritorialità, cioè si applica in qualsiasi territorio ci sia un conflitto armato internazionale o internazionalizzato – potremmo dire che ha un’azione ad ampio spettro – anche se è comunque applicabile solo in tempo di guerra.

Un’altra area del diritto che risponde alle nostre domande è quella del diritto dei diritti umani in generale, ovvero quella che tutela i diritti fondamentali di qualsiasi individuo, indipendentemente dal fatto che ci si trovi o meno in una situazione di conflitto. Le fonti a cui si rifà questa branca della giurisprudenza internazionale sono la Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo delle Nazioni Unite, risalente al 1948, a cui si aggiungono il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e il Patto Internazionale sui Diritti economici, sociali e culturali entrati in vigore nel 1976. In questo caso, i diritti di cui si parla in queste fonti devono essere garantiti dallo Stato che ha aderito agli accordi internazionali di cui sopra, a tutti gli individui che si trovano all’interno del suo territorio o, più in generale presenti nel territorio su cui esercita la sua giurisdizione. In altre parole, la responsabilità dell’applicazione delle norme internazionali e quindi la salvaguardia dei diritti umani, ricade sul singolo Stato.

Il rispetto delle norme di cui abbiamo parlato sopra, ad oggi, deve essere garantita dai tribunali interni dei singoli stati aderenti: è essenziale quindi che ogni stato, una volta che ha aderito agli accordi internazionali, inserisca queste norme all’interno del proprio ordinamento, ad esempio emanando nuove leggi oppure modificando leggi già esistenti. Solo in questo modo le norme stabilite a livello internazionale è possibile che siano pienamente ed effettivamente applicabili.

In effetti, sono presenti anche dei tribunali internazionali che rendano effettive queste norme su scala più ampia. Nell’immediato Dopoguerra sono stati istituiti vari tribunali internazionali (quello di Norimberga è l’esempio più noto) con lo scopo specifico di giudicare i responsabili dei crimini di guerra avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale. Solo nel 2002, però, ne è stato istituito uno permanente: si tratta della Corte Penale Internazionale (CPI), organo giudiziario permanente che ha sede all’Aia. La CPI ha giurisdizione sui crimini internazionali (ovvero il crimine di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e il crimine di aggressione) ma ha comunque una funzione complementare ai tribunali nazionali: può giudicare i responsabili dei suddetti crimini solo se lo Stato che ha giurisdizione su di essi non ha intenzione o non è in grado effettivamente di condurre l’indagine o celebrare il processo.

Alla luce di ciò che abbiamo detto, sembrerebbe dunque che abbiamo tutti gli strumenti per tutelare i diritti dei civili. Come mai però le violenze non si fermano? Purtroppo, le norme internazionali si inseriscono in un contesto più ampio e complesso, dove entrano in gioco rapporti di potere diversi da quelli puramente giuridici, come quelli politici ed economici. Tuttavia, quello che è importante è avere una base su cui fondare le nostre rivendicazioni, un punto di partenza che ci permetta di lottare per il rispetto dei diritti umani e che ci faccia capire che non è una volontà solo nostra, ma di tutta una fetta della comunità internazionale.

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