I TEST PSICOATTITUDINALI PER I MAGISTRATI SERVONO DAVVERO?

Il Governo ha approvato in via definitiva i due provvedimenti riguardanti la riforma della Magistratura: uno riguarda il collocamento dei magistrati fuori ruolo, l’altro l’introduzione dei test psico attitudinali per i futuri magistrati. Soffermiamoci qui sul secondo provvedimento.

Il testo approvato prevede che, a partire dal 2026, i partecipanti al concorso per accedere alla magistratura dovranno, dopo aver superato la prova scritta, sostenere dei test psico attitudinali durante la prova orale.

Il ministro della Giustizia Nordio ha specificato che la modalità prevista per i test è quella già utilizzata per le Forze di Polizia e la scelta di sottoporre i candidati a quest’ulteriore prova, solamente dopo aver sostenuto la prova scritta, vuole salvaguardare quanto stabilito dall’art. 106 della Costituzione, relativo alla nomina dei magistrati.

Il provvedimento stabilisce, inoltre, che sarà il Consiglio Superiore della Magistratura a nominare i docenti universitari esperti in materie psicologiche, i quali fungeranno da ausili alla commissione esaminatrice del concorso che dovrà valutare i candidati sulla totalità delle prove.

Infine, il provvedimento stabilisce che potranno essere ammessi al concorso anche coloro che siano stati dichiarati quattro volte non idonei.

L’introduzione dei test psico attitudinali per la magistratura ha scaturito, già durante l’approvazione provvisoria, numerose polemiche da parte degli stessi magistrati e non solo. Nello specifico, le critiche al provvedimento in questione fanno leva sui principi costituzionalmente garantiti di autonomia e indipendenza della magistratura. I sostenitori dell’inutilità dell’introduzione di tali test rilevano, in particolare, che esistono già all’interno del nostro ordinamento istituti ad hoc, come la dispensa dal servizio o il collocamento in aspettativa d’ufficio per debolezza di mente o infermità ai sensi del D. Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109.

Gloria Vindigni

Redattrice di Lexacivis

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