Tra metà giugno e inizio luglio 2026, per la prima volta, due dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati al mondo sono stati trattati dal governo statunitense come materiale a duplice uso, alla stregua di crittografia militare o semiconduttori avanzati. La vicenda è durata poco più di due settimane in entrambi i casi, ma vale la pena ricostruirla nei fatti prima ancora che nelle interpretazioni, perché il modo in cui si è risolta dice più cose della sospensione in sé.
Tutto parte a giugno, quando Anthropic rilascia pubblicamente Claude Fable 5. Tre giorni dopo la pubblicazione di questo modello, il Dipartimento del Commercio impone un export control sul modello, vietandone l’accesso a cittadini stranieri ovunque si trovino — compresi i dipendenti non statunitensi della stessa Anthropic. L’azienda si trova in una posizione scomoda: non avendo un modo affidabile di verificare la nazionalità dell’utente in tempo reale, decide di sospendere l’accesso a tutti, non solo agli stranieri. Fable 5 sparisce quindi da Claude.ai, dalla Claude Platform e dagli altri prodotti dell’azienda per chiunque, americani inclusi.
Da lì parte una trattativa di due settimane tra Anthropic e il governo, culminata il 30 giugno con la revoca dell’export control da parte del Dipartimento del Commercio. Fable 5 torna disponibile globalmente dal giorno successivo, il 1° luglio, su tutti i prodotti dell’azienda. In tutto, diciannove giorni di sospensione.
OpenAI segue una strada diversa ma parallela. Il 26 giugno, quindi mentre la vicenda Anthropic è ancora in corso, la Casa Bianca chiede all’azienda di limitare il rilascio della sua nuova famiglia di modelli, GPT-5.6, a un gruppo ristretto di circa venti “trusted partner” approvati dal governo — prima ancora che il modello venga reso pubblico. A differenza del caso Anthropic, qui non c’è un ordine vincolante ma una richiesta a cui OpenAI decide di aderire volontariamente, pur dichiarando pubblicamente di non considerarla un modello sostenibile per i rilasci futuri. Dopo una revisione condotta dal Center for AI Standards and Innovation del Dipartimento del Commercio, GPT-5.6 ottiene il via libera per il lancio pubblico globale su ChatGPT, API e Codex. Tredici giorni di accesso limitato, poi la piena disponibilità.
Oggi entrambi i casi sono chiusi e, guardati in sequenza, raccontano la stessa storia con due sfumature diverse: da un lato un ordine vincolante di export control, applicato retroattivamente a un modello già pubblico e risolto con una trattativa; dall’altro una richiesta volontaria, applicata in via preventiva a un modello non ancora rilasciato e risolta con una revisione tecnica. In entrambi i casi il fattore scatenante dichiarato dalle aziende è lo stesso: la capacità dei modelli di individuare — e potenzialmente sfruttare — vulnerabilità software su larga scala. OpenAI ha descritto GPT-5.6 Sol come il modello più capace finora nel trovare e correggere falle di sicurezza, pur dichiarando di non aver superato la propria soglia interna di rischio “Cyber Critical”. È questa capacità, non un criterio generico di potenza computazionale, ad aver fatto scattare la revisione governativa in entrambi i casi.
Il precedente stabilito è quindi una prassi, non ancora una legge: i modelli con capacità cyber-offensive rilevanti possono essere sottoposti a un controllo pre-rilascio su richiesta del governo statunitense, anche in assenza di un obbligo normativo che lo imponga. L’executive order firmato da Trump a inizio giugno, infatti, prevede un processo di revisione volontario, non un obbligo di legge — la differenza tra i due casi è semmai quanto le aziende abbiano margine per trattare i tempi e i termini di quella revisione.
Un precedente che si sta già esportando
Reuters ha riportato che il Ministero del Commercio cinese ha avviato colloqui con Alibaba, ByteDance e la startup Z.ai per valutare restrizioni sull’accesso dall’estero ai modelli cinesi più avanzati, comprese versioni non ancora rilasciate e le varianti open-weight che finora avevano reso popolare l’IA cinese a livello globale. Secondo le fonti citate da Reuters, tra le preoccupazioni di Pechino c’è anche il timore che Washington possa usare un modello con capacità cyber-offensive avanzate contro interessi cinesi.
È un segnale che la logica adottata dagli Stati Uniti a giugno — trattare i modelli di frontiera come tecnologia a duplice uso, da sottoporre a controllo prima della diffusione — non resta isolata. Se anche la Cina dovesse formalizzare restrizioni analoghe sui propri modelli, il controllo statale sull’accesso ai modelli più avanzati diventerebbe un tratto strutturale del mercato globale dell’IA, e non più un episodio isolato legato a un singolo rilascio.
Gianluca Lostuzzo
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