di Anselmi Fabio – Dottore in Diritto per le imprese e redattore di Lexacivis

Questa storia rievoca una ferita ancora aperta, quella di Giulio Regeni, ragazzo friulano barbaramente ucciso dallo stesso Governo che ad oggi, da quasi un anno, sta tenendo in carcerazione preventiva Patrick Zaki.

Patrick Zaki, egiziano di 29 anni, ricercatore sui diritti umani, è un attivista presso l’“Iniziativa egiziana per i diritti della persona” e frequentante il master internazionale in Studi di genere all’università di Bologna, città che proprio pochi giorni fa ha voluto omaggiarlo conferendogli la cittadinanza onoraria.  Patrick, recatosi in Egitto per visitare parenti e amici, il 7 febbraio 2020 fu fermato all’aeroporto del Cairo e arrestato. Da allora si trova nel carcere egiziano di Tora, situato venti miglia a sud dalla capitale, carcere simbolo del regime egiziano guidato dal Presidente Abdel Fattah Al-Sisi. Da quel giorno, si trova in stato di custodia cautelare in attesa di giudizio.

Al-Sisi è il leader di un governo autoritario e sanguinario, che persegue presunti reati di opinione punendoli con la reclusione e/o la tortura e nel quale la pena di morte è abitualmente utilizzata. A documentare la violenta repressione del regime egiziano è un recente rapporto di Amnesty International, intitolato “Permanent State of exception: abuse by the Supreme State Security Prosecution”. Dal rapporto emerge come il Supreme State Security Prosecution, sezione speciale del sistema di giustizia penale egiziano, nonostante sia istituzionalmente finalizzato a garantire l’ordine sociale, sia diventato da anni il mezzo utilizzato dal regime per reprimere e perseguire critici e oppositori, punendo comportamenti quali ad esempio l’espressione pacifica di pensieri progressisti fino ad arrivare al semplice sventolamento della bandiera arcobaleno. Il rapporto mette in luce dati sconcertanti sulle carcerazioni preventive, che durano mesi o addirittura anni, prima di arrivare al processo. Emerge altresì come la custodia in carcere venga sistematicamente disposta nell’assoluta assenza di esigenze cautelari e prorogata attraverso accuse inventate e falsificazioni di documenti.

Ne è purtroppo una triste testimonianza proprio Patrick Zaki che, da quello che riferisce la ONG per cui collabora, è stato ripetutamente minacciato, torturato e sottoposto ad elettroshock. A quanto dicono i suoi legali, infatti, presenta visibili segni di violenza sul corpo. Le accuse mosse dai procuratori egiziani, basate unicamente su contenuti pubblicati su Facebook, contenuti che peraltro Zaky ha fermamente negato di aver pubblicato, sono di “istigazione a proteste e propaganda di terrorismo”. In una lettera datata 12 dicembre Zaky racconta: “Le recenti decisioni sono deludenti come al solito, senza una ragione comprensibile. Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di forti antidolorifici e di qualcosa per dormire meglio”; “il mio stato mentale non è un granché dall’ultima udienza”. L’ultima udienza, infatti, datata 7 dicembre, ha prolungato per altri 45 giorni la sua detenzione. Di Patrick Zaki, purtroppo, ce ne sono tanti altri in Egitto: la sua prigionia risulta essere prorogata insieme a quella di centinaia di detenuti, nel particolare vi sono altri 750 casi, discussi tutti in appena 12 ore, il che lascia ad immaginare le garanzie del contesto nel quale vengono assunte tali decisioni. Si stenta a credere che una persona, un ragazzo, sia sottoposto a trattamenti disumani e degradanti per il solo fatto di essere un pacifico attivista per i diritti umani.

Ma per quanto si protrarrà ancora questa autentica tortura? L’Italia, da sola, è evidentemente troppo debole per ottenere un risultato utile alla causa. La vicenda Regeni, così come quella dei pescatori di Mazara del Vallo, ne sono la riprova. L’incapacità di risolvere la situazione non deriva certamente da una mancanza di volontà politica di intervenire, è causata invece da debolezza diplomatica e contrattuale. Un barlume di speranza lo ha dato il Parlamento europeo che, in data 18 dicembre, ha approvato una risoluzione in cui chiede un’indagine trasparente su tutte le violazioni dei diritti umani in Egitto. La grande speranza è quella di stimolare la sensibilità di tutti i Paesi europei, auspicando una reazione pacifica e compatta agli abusi perpetrati dal regime.

Il 22 febbraio scadranno i termini dell’ultima ordinanza di custodia cautelare e si terrà un’udienza nella quale verrà deciso se rinviare a giudizio Zaki oppure prorogarne ulteriormente la carcerazione, o ancora, nella più felice delle ipotesi, provvederne la liberazione.

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