IL CASO REGENI: ISTITUTI DI DIRITTO INTERNAZIONALE PER LA RICERCA DI UNA VERITÁ MANCATA

di Daniela Cappuccio – Avvocato praticante e collaboratrice di Lexacivis

È difficile raccontare una storia come quella di Giulio Regeni, trovare le parole giuste davanti alla morte cruenta di un ragazzo italiano giovane non può che essere complicato, e la complessità aumenta nel ricostruire fatti di una vicenda per la quale ad oggi, nonostante siano trascorsi più di 5 anni, non esiste verità condivisa ed accertata.

Chi era Giulio? Giulio era un ragazzo nato a Trieste e cresciuto a Fiumicello, in provincia di Udine. Era un giovane dagli ampi orizzonti, aveva da sempre dato un’impronta internazionale ai suoi studi e, in ultimo, stava conseguendo il dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge. Per questo motivo si trovava in Egitto, a svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani e la condizione di questi in seguito alla rivoluzione egiziana del 2011.

Era il 25 gennaio 2016 quando Giulio scompare, per essere in seguito ritrovato, il 3 febbraio, ucciso e con evidenti segni di tortura, quali una moltitudine di fratture ossee, coltellate, tagli e bruciature. L’esame autoptico rivela un’emorragia celebrale ed una vertebra cervicale fratturata a seguito di un colpo al collo, verosimilmente fatale. Un corpo distrutto, un futuro rubato, un’identità cancellata, tanto che la madre di Giulio riesce a riconoscerlo solamente dalla punta del naso. 

Sulla morte di Giulio si avanzano molte ipotesi contraddittorie: prima incidente stradale, poi omicidio dettato da motivi personali per una presunta relazione omosessuale, poi ucciso da una banda di malfattori. Le ricostruzioni dell’accaduto non sono che il primo di una lunga serie di ostacoli alla ricerca di una risposta di verità al caso Regeni, posti dalle autorità egiziane. 

Fin da subito, infatti, l’attenzione mediatica si concentra sulla vicenda e si accende un forte dibattito politico sul coinvolgimento del governo egiziano. Anche secondo il Parlamento europeo, l’omicidio di Giulio Regeni non è un evento isolato, ma si colloca in un contesto di torture, morti in carcere e sparizioni forzate avvenute sistematicamente in tutto l’Egitto negli ultimi anni. Questo spiegherebbe il motivo per il quale nonostante la formale dichiarazione di “piena collaborazione”, le autorità italiane non abbiano di fatto mai trovato disponibilità da parte di quelle egiziane.  

Ma rimanendo in una prospettiva giuridica, a quali istituti si potrebbe fare riferimento per la risoluzione del caso Regeni? Secondo la dottrina si potrebbero perseguire due strade: la prima è quella delle norme in materia di trattamento degli stranieri; la seconda è quella delle leggi contro la tortura e altri atti inumani e degradanti. 

Le leggi sul trattamento degli stranieri mirano ad evitare che uno straniero che si trova nel territorio di un altro Stato venga sottoposto a maltrattamento, di carattere psicofisico o nei confronti dei suoi beni e, in linea generale, a che non gli venga opposto diniego di giustizia. In quest’ultima ipotesi lo Stato di nazionalità può agire applicando la c.d. protezione diplomatica, una serie di norme tradizionali che impongono allo Stato di nazionalità del cittadino la sua tutela nei confronti dello Stato estero in cui si trova, con mezzi diplomatici o giurisdizionali. 

Il secondo corpus di leggi di riferimento, in materia di tortura, si riferisce alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti (da qui in avanti CAT), adottata nel 1984. La Convenzione, ratificata sia dall’Italia che dall’Egitto, vincola uno Stato a prevenire e punire la tortura nel territorio sotto la sua giurisdizione, assegnando le funzioni di controllo al Comitato contro la tortura. Inoltre, l’Egitto ha ratificato altre convenzioni contro la tortura, tra le quali la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, strumento regionale di difesa dei diritti umani, approvata già nel 1981.

L’Art. 2 CAT recita: 

“1.  Ogni Stato Parte prende provvedimenti legislativi, amministrativi, giudiziari ed altri provvedimenti efficaci per impedire che atti di tortura siano compiuti in un territorio sotto la sua giurisdizione.

2.  Nessuna circostanza eccezionale, qualunque essa sia, si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, d’instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato eccezionale, può essere invocata in giustificazione della tortura.

3.  L’ordine di un superiore o di un’autorità pubblica non può essere invocato in giustificazione della tortura.”

La Convenzione, quindi, non impone solamente un divieto di compiere attivamente atti di tortura, bensì prevede una serie di ulteriori oneri in capo agli Stati, di carattere prodromico, volti a prevenire che simili condotte si realizzino. È dovere degli Stati dotarsi di un adeguato apparato legislativo ed amministrativo che consenta loro di implementare tutte le misure idonee ad impedire che determinate condotte vengano poste in essere nei propri territori, e rispettare alcuni obblighi repressivi come, ad esempio, procedere all’immediata instaurazione di un’inchiesta effettiva ed imparziale ogniqualvolta vi sia ragione di credere che un atto di tortura sia stato commesso (Art. 12 CAT), oppure, fornire reciproca cooperazione ed assistenza giudiziaria, ivi compresa la comunicazione di tutti gli elementi di prova utili a favorire l’avvio di procedimenti penali a carico dei responsabili (Art. 9 CAT).

Già dalla considerazione dei fatti sin ora esposti e delle norme menzionate è possibile comprendere come le anomalie del comportamento delle autorità egiziane siano rilevanti per il sistema internazionale. Non si può certo dire che l’Egitto abbia fatto tutto il possibile per instaurare un’inchiesta idonea e questo si evince anche dalle numerose dichiarazioni di disappunto da parte del nostro Governo con riferimento ai rapporti di cooperazione con l’Egitto, l’effettività e la lealtà della collaborazione investigativa e processuale.

Allo stesso modo il trattamento del materiale probatorio lascia diversi interrogativi irrisolti. Le autorità italiane, nel caso di specie, sono riuscite solamente ad ottenere il permesso di interrogare pochi testimoni, per alcuni minuti, e dopo che questi fossero già stati interrogati per ore dalla polizia locale egiziana. Inoltre, le riprese video della stazione della metropolitana dove Giulio era stato visto per l’ultima volta sono state cancellate; l’accesso ai tabulati telefonici del quartiere dove viveva la vittima e della zona in cui fu ritrovato il corpo sono stati negati; e anche dalla restituzione degli oggetti di Giulio fatti recapitare alla famiglia emergono non poche stranezze, poiché, a parte i documenti di identità, mancano gli averi principali, come i vestiti di Giulio, e molto di quanto consegnato non è nemmeno riconducibile al caso Regeni.

La Procura di Roma ha, infatti, considerato che numerosi e palesi tentativi di depistaggio siano stati realizzati per cercare di chiudere la questione in breve tempo, ed i principali indiziati sono proprio i servizi segreti egiziani che in questo modo avrebbero cercato di sviare le indagini. Sembrerebbe che le attività di Giulio Regeni fossero costantemente monitorate da agenti sotto copertura facenti capo alla National Security Agency egiziana e che quindi, sia plausibile che i vertici governativi conoscessero già un pericolo concreto di atti violenti ai danni del giovane ricercatore. Questo rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale da parte dell’Egitto, il quale, anche se gli atti di tortura non fossero da attribuirsi ad individui riconducibili all’apparato di governo ma a soggetti privati facenti parte di gang criminali e squadre d’assalto, risponderebbe per la responsabilità di prevenire la violazione dei divieti sanciti dalla Convenzione.

Nondimeno, ex art. 4 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati del 2001, gli organi de Il Cairo potrebbero essere direttamente responsabili dei crimini posti in essere non solo dagli organi de iure, ossia quelli riconosciuti in quanto tali dal diritto interno, ma anche dai c.d. organi de facto, non qualificabili come pubblici in senso strettamente giudico, ma di fatto dipendenti dal potere di controllo di cui lo Stato dispone per indirizzarne i comportamenti. Peraltro, gli illeciti realizzati dai suddetti organi sono da attribuirsi allo Stato anche laddove essi abbiano agito ultra vires, ossia in violazione o al di fuori di un preciso ordine.

L’ostilità dello Stato egiziano emerge anche da altri atteggiamenti tenuti in ambito internazionale, come la mancanza di collaborazione con l’ONU e con la Commissione africana per i diritti umani e dei popoli nel monitorare la situazione dei diritti umani nel Paese. Infatti, l’Egitto si rifiuta di presentare i rapporti contro la tortura dal 2001. 

Altra questione giuridica, degna di nota in quanto potrebbe sollevare alcuni dubbi, è quella della clausola opzionale della CAT, non accettata dall’Egitto, che attribuisce il potere a ogni Stato parte di lamentare una violazione della Convenzione e di chiedere al Comitato di iniziare un’indagine apposita. Ci si interroga, quindi, sulla proponibilità di un’azione legale promossa dagli altri Stati della comunità internazionale, tra cui l’Italia stessa. 

L’Art. 30 CAT prevede per il crimine di tortura un iter processuale di tre fasi: in primis occorre avviare un tentativo di negoziazione; dopodiché, se non è possibile raggiungere un accordo, la questione è sottoposta ad arbitrato; trascorsi ulteriori sei mesi senza un’organizzazione condivisa dell’arbitrato è possibile ricorrere alla Corte internazionale di giustizia. A quel punto, la sentenza della Corte sarebbe vincolante e unilaterale, cioè la volontà dell’Italia per obbligare l’Egitto ad adottare le misure stabilite dalla Corte sarebbe sufficiente, senza necessità di ottenere il consenso dell’Egitto. 

Tuttavia, oltre alla soluzione contenziosa, esiste per l’Italia la possibilità di ricercare una risoluzione diplomatica, finalizzata sempre ad ottenere sia l’adempimento dell’obbligo di condurre un’indagine effettiva ed imparziale da parte dell’Egitto, che il risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti dalla famiglia Regeni. Concretamente, un’azione di questo tipo porterebbe inevitabilmente ad interrompere i rapporti diplomatici con l’Egitto e quindi a richiamare in patria l’ambasciatore italiano. Questa operazione fu effettivamente posta in essere nel 2016, ma già nel 2017 l’ambasciatore Cantini veniva nuovamente inviato a Il Cairo, facendo riemergere i dubbi dei familiari e dell’opinione pubblica circa l’effettiva volontà dello Stato Italiano nel ricercare la verità dei tragici eventi accaduti al proprio cittadino Regeni. 

Ulteriormente controversa è, infatti, la questione dell’obbligatorietà dell’esercizio della protezione diplomatica, per lo più esclusa dall’ordinamento internazionale, il quale prevede una mera facoltà. Invero, l’Italia ha suggerito un’interpretazione maggiormente vincolante e, dunque, non sarebbe da escludersi completamente l’ipotesi di un’azione promossa dai familiari del giovane ricercatore contro lo Stato italiano, per non aver manifestato la propria intenzione di agire in protezione diplomatica, anche alla luce della nota sentenza n. 238/2014 della Corte Costituzionale, la quale riconosce che la salvaguardia dei principi fondamentali della Costituzione – in particolare, dei diritti umani ex art. 2 Cost. e dell’accesso alla giustizia ex art. 24 Cost. – ammette la disapplicazione delle norme sovranazionali in contrasto.

Non di minor rilevanza sono, infine, le problematiche procedurali configurabili, come ad esempio il forum actoris che, ex art. 5, n. 3 della Convenzione di Bruxelles del 1968, prevede la competenza, in materia di delitti o quasi-delitti, del giudice del luogo in cui si è verificato l’evento dannoso. Tale disposizione difficilmente si presta ad interpretazioni estensive e quindi farebbe rientrare l’omicidio di Regeni esclusivamente nella giurisdizione egiziana.

Come detto fin dall’inizio di questo scritto, la complessità di questo caso è innegabile, da ogni punto di vista, prettamente giuridico, politico, e, soprattutto, umano. “Giulio Regeni” è un nome che rimarrà impresso nelle menti e nei cuori di tutti gli italiani, nella speranza che, in un giorno non troppo lontano, vi siano verità e risposte chiare su quanto accaduto. Il nome di Giulio entra tristemente a far parte di quella lista di errori (e orrori) internazionali, che si auspica non annoveri più altre vittime innocenti. 

Eppure, a qualche anno dalla morte di Giulio, l’Italia è nuovamente coinvolta nel caso di Patrik Zaki, studente dell’Università di Bologna in arresto preventivo da più un anno in Egitto, perché accusato di propaganda sovversiva tramite i social network. Le istituzioni italiane ed europee non hanno ancora avuto una reazione concreta, nonostante la violazione del diritto ad un giusto processo e le torture subite da Patrik per mano delle autorità egiziane, talvolta tese a indagare i suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Pochi giorni fa il Senato Italiano ha votato in favore al conferimento della cittadinanza italiana a Patrik Zaki, facendo un importante passo in avanti, ma sicuramente non sufficiente per la liberazione se non accompagnata da altrettanto incisive azioni del Governo.

Concludo questo articolo con la frase conclusiva tratta dal libro “Giulio fa cose”, scritto dai genitori di Giulio Regeni: “Giulio fa cose, ma non può farle tutte lui”. 

Ad oggi resta ancora molto da fare e tale compito spetta alle Autorità nazionali ed internazionali, le quali devono trovare una verità giudiziale; ma ognuno di noi ha, a proprio modo, una responsabilità, ossia “qualcosa da fare” per Giulio: può essere un impegno professionale o accademico, può essere la divulgazione e l’informazione perché si conosca la storia e non si ripeta, può essere semplicemente la memoria e il coraggio di ricordare.

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