ERDOGAN, FIN DOVE TI SPINGERAI?

di Alberto Acanfora – Dottore in Diritto per le Imprese e le Istituzioni e collaboratore di Lexacivis

L’uscita dalla convenzione di Istanbul, da parte della Turchia rappresenta un messaggio pericoloso per i diritti di tutte le donne del mondo.

La convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere e la violenza domestica, si compone di 81 articoli divisi in 12 capitoli. La convenzione ha una struttura basata sulle cosiddette “quattro P”: prevenzione, protezione, perseguimento dei colpevoli e politiche di integrazione.
È utile evidenziare gli articoli che permettono una più chiara e attenta analisi di quelli che sono i contenuti e i temi della convenzione.
All’articolo 2, la convenzione indica che le disposizioni a tutela delle donne vadano applicate anche in situazioni belliche.
L’articolo 3 va a definire cosa si intende per violenza contro le donne, violenza domestica, la violenza basata sul genere.
L’articolo 4 vieta le di discriminazione basate sull’orientamento sessuale, sulla razza, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche, sullo status di migrante e di rifugiato.
Il trattato, mira a prevenire il verificarsi delle violenze, con misure che ridefiniscono i ruoli di genere e di contrasto agli stereotipi che rendono possibile e concreta la violenza di genere, stabilito dagli articoli 5 e 6 dello stesso.

Inoltre i governi, attraverso le proprie autorità sono tenuti a proteggere le donne che vivono situazioni di rischio instaurando centri di assistenza specialistica per le vittime di violenza, centri di prevenzione anti violenza e linee di assistenza telefonica.
Gli stati che hanno ratificato il trattato dovrebbero includere nei loro ordinamenti qualora non già esistenti i seguenti reati previsti dalla Convenzione come: la violenza psciologica; atti di stolking; violenza fisica; la violenza sessuale; il matrimonio forzato; l’aborto forzato.
Secondo il governo di Ankara le proprie leggi nazionali sono sufficienti a garantire la protezione delle donne, tali affermazioni non sono veritiere, in quanto solo nel periodo del lockdown di quest’anno in Turchia vi è stato un aumento della violenza domestica superiore al 40% e questo numero sembra innalzarsi sempre di più.
L’avvocata Kezban Hatemi si è detta molto preoccupata che il prossimo bersaglio sia il codice civile turco, che equipara le donne agli uomini e non ci sarebbe da stupirsi un abrogazione della legge 6284 sulla prevenzione delle violenze domestiche.

Nelle settimane seguenti dall’uscita della convenzione in Turchia vi è stata una campagna di discriminazione, odio e violenza nei confronti delle comunità LGBT.
Bisogna fare un passo indietro cronologicamente per poter capire i motivi che hanno portato il governo di Ankara ad uscire dalla convenzione.
Nel 2011 la Turchia fu uno dei primi paesi firmatari della convenzione contro la violenza, ora la Turchia è diventata il primo paese ad uscirne.
Erdogan vuole rafforzare il proprio potere con politiche di repressione e di segregazione, non rispettando minimamente i diritti umani, in vista delle prossime elezioni che dovranno tenersi nel 2023, ammesso e non concesso che si svolgeranno per davvero, i soprusi contro il mondo universitario, le continue minacce verso l’Europa di riaprire i confini e gli assalti militari verso le comunità curde vanno in questa direzione.
La prossima mossa di Erdogan presumibilmente è quella in campo economico, cercando di creare nuova ricchezza artificiale stampando moneta, siccome la Turchia sta attraversando una forte crisi economica.
Tutto questo ignora l’obiettivo della banca centrale di limitare l’inflazione nel paese.
È senz’altro un’utopia pensare come un paese che è stato vicinissimo all’entrata dell’Unione Europea e vuole essere leader nel Mediterraneo, non garantisca i pilastri di uno stato di diritto, dei diritti delle donne, della laicità e della politica economica.

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