PERDE LA VITA PER LA LEGGE ANTI-ABORTO: SUCCEDE IN EUROPA, SUCCEDE IN POLONIA, SUCCEDE DAVVERO

di Filippo Carpenedo – Studente di Cultura umanistica e Divulgazione e redattore di Lexacivis

Si chiamava Agnieszka, era una donna di 37 anni, era polacca ed era europea. Si chiamava Agnieszka e oggi la sua storia è diventata il simbolo della lotta per il diritto all’aborto in Polonia.

La sua vita è finita in tragedia a causa del modo in cui vengono applicate le stringenti e insensate leggi sull’aborto in Polonia: anche se la sua vita è finita, la sua storia ha riacceso la consapevolezza che non esistono decisioni senza conseguenze, anche quando vengono prese nel nome del “salvare le vite dei bambini”.

La donna è deceduta a fine gennaio, settimane dopo che sono emerse delle complicanze nella sua gravidanza gemellare. Il 23 dicembre ha perso il primo dei suoi due gemelli, dopo due giorni di ricovero per un forte dolore addominale. Nonostante il battito cardiaco di uno dei due feti fosse cessato, i medici dell’ospedale si sono rifiutati di praticare l’aborto a causa di remore su eventuali complicazioni con la nascita dell’altro figlio.

Neanche una settimana dopo, anche il secondo feto ha perso la vita, il 29 dicembre. I due sono stati estratti solamente il 31 dicembre, quindi 8 giorni dopo la morte del primo feto e dopo due giorni in cui la donna ha tragicamente portato in grembo entrambi i feti morti. La donna è stata poi ricoverata per un progressivo peggioramento del suo stato di salute, facilmente riconducibile a una condizione non ottimale che ha successivamente portato alla morte il 25 gennaio, di fatto mostrando l’insensatezza della legge polacca vigente in particolare in situazioni così critiche.

Ma di che legge stiamo parlando? A inizio dell’anno scorso è entrata in vigore una legge che, di fatto, proibisce qualsiasi tipo di aborto tranne che nei casi di incesto, violenza sessuale e quando la vita della madre sia in pericolo, perfino escludendo i casi in cui il feto possa essere affetto da gravi malformazioni. Le motivazioni della messa in atto della legge sono legate alle implicazioni religiose dell’argomento: si parlava già nel 2016 della possibilità di vietare gli aborti per i feti affetti da gravi malformazioni citando come motivazione il “diritto al feto di essere battezzato”, ragionamento che le frange più conservatrici del governo stanno cercando di estendere ai bambini che risultino nati da violenza carnali cosa che impedirebbe anche a quelle donne di ricorrere all’aborto.

Il caso di Agnieszka non è isolato: a settembre un’altra donna, di nome Izabela, è morta a causa delle complicanze della gravidanza e, anche nel suo caso, i medici si sono rifiutati di praticarle l’aborto, procedura che avrebbe potuto salvarle la vita. C’è un dettaglio nella sua storia che fa venire i brividi: l’ospedale in cui era ricoverata ha prontamente negato che la sua morte possa essere riconducibile al mancato aborto, derubricando il decesso a “embolia polmonare” aggiungendo letteralmente che “sono cose che capitano”.

Anche l’ospedale in cui Agnieszka ha perso la vita ha cercato di dirottare le cause della morte a tutto meno che al feto e alla gravidanza, talvolta anche in modo goffo. Il dolore di entrambe le famiglie, di Izabela e di Agnieszka, non si è scagliato solo sui medici, ma anche direttamente sul governo polacco e sulla legge antiabortista.

Questo dramma ci ricorda che non dobbiamo solo riflettere sulle leggi e sulla capacità di un governo di poter decidere che cosa si possa e non si possa fare, ma anche su quanto una legge possa essere staccata e distinta dal percepito comune, influenzato non solo dai governi, ma anche dai media, da dinamiche di forza all’interno della società o di un ambito lavorativo. In Italia, per fare un raffronto, non abbiamo leggi stringenti sull’aborto, ma c’è un forte sentire molto legato alla tradizione religiosa; queste dinamiche comportano il fenomeno dei medici obiettori di coscienza che nel nostro paese sono tantissimi, molti di più di quanto sarebbe plausibile pensare lo siano per libera scelta. Si è parlato infatti di molti casi in cui la scelta di essere non obiettore comporti la rinuncia a fare carriera nell’ambito medico-sanitario. In Italia, come in molti altri Stati e in molti altri ambiti, non è solo la legge a stabilire ciò che si può fare e ciò che non si può fare, ma è anche, e soprattutto, il contesto. E a tal proposito non stupisce che il governo polacco, dopo il caso di Izabela, ci abbia tenuto a ricordare ai medici che esistono casi in cui è possibili operare e che non dovrebbero avere paura di prendere decisioni ovvie.

E questo atto restituisce perfettamente il clima di tensione e il dramma dei medici polacchi: se perfino il governo si sente in dovere di specificare l’applicazione della legge antiabortista, possiamo solo immaginare in che stato di pressione vivano i medici che devono, nella pratica, prendere la decisione finale e, di fatto, prendere atto delle ripercussioni di qualsiasi tipo esse siano.

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