di Isabella Marcianó – Praticante avvocato e collaboratrice di Lexacivis

Il 20 ed il 21 settembre 2020 ogni cittadino, avente diritto di voto, è invitato alle urne per esprimere il proprio assenso, o, viceversa, il proprio dissenso in merito al referendum costituzionale dal titolo “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari. I seggi saranno aperti dalle ore 7.00 alle ore 23.00 del 20 settembre e dalle ore 7.00 fino alle ore 15.00 del 21 settembre. Per questo tipo di referendum non c’è quorum: vincerà l’opzione, cioè, che riceve, semplicemente il maggior numero di voti. 

Giova premettere che esistono diversi tipi di referendum, previsti dalla Costituzione, che possono svolgersi a livello territoriale o statale. In particolare, i referendum statali possono essere di tipo abrogativo o di tipo costituzionale. Nel primo caso, i cittadini votano per decidere se una determinata legge già in vigore vada eliminata o meno. Nel secondo caso, si vota per decidere se una legge costituzionale, che è stata già approvata da entrambe le camere quattro volte, ma che non è ancora vigente, deve essere inviata alla firma del P.d.R. per poi entrare in vigore in un secondo momento oppure no. Il referendum del 20 e del 21 settembre sarà di quest’ultimo tipo. La legge in questione è una legge costituzionale attraverso la quale vengono modificati, rispettivamente, gli artt. 56, 57, 59 della Costituzione. Nello specifico: l’art. 56 della Costituzione per com’è disciplinato attualmente, stabilisce che la Camera dei deputati è composta da 630 membri di cui 12 della circoscrizione estero. Se vincesse il sì, e dunque l’articolo 56 venisse modificato, tale numero scenderebbe ad un totale di 400 membri di cui solo 8 della circoscrizione estero. 

L’art. 57 della Costituzione stabilisce che il Senato della Repubblica, è costituito da 315 membri elettivi di cui 6 della circoscrizione estero. Se al referendum vincesse il sì, anche l’art. 57 sarebbe modificato, e, dunque, vi sarebbero solo 200 membri di cui 4 della circoscrizione estero. Infine, secondo l’art. 59 della Costituzione è senatore di diritto, e a vita, chi è stato Presidente della Repubblica. Inoltre, il P.d.R., può nominare cinque cittadini che hanno illustrato la patria per illustri meriti nel campo artistico, letterario etc. L’interpretazione di questo articolo, però, è stato oggetto di ampio dibattito: infatti, se ogni P.d.R. può nominare fino a cinque senatori a vita potremmo avere potenzialmente fino a dieci senatori non eletti ma nominati, correndo, così, il rischio di alterare la natura elettiva del Senato. Se al referendum vincesse il sì verrebbe modificato anche l’art. 59 della Costituzione e verrebbe stabilito che cinque è effettivamente il numero massimo di senatori eletti attraverso questa particolare procedura.  

La tematica, per come illustrata, è, però, molto più complessa e merita secondo la scrivente una premessa di natura sociologica, per comprenderne la reale natura nonché i relativi pro e contro:  

I rapporti con la classe politica ed il popolo italiano, sono sempre connaturati da sfiducia e, in generale, potrebbero essere riassunti attraverso il classico rotocalco che vede rappresentato il politico come approfittatore, furbo, che mangia il mangiabile. Ciò ha portato all’avvento di partiti, promotori, in primis, di un messaggio di affrancazione dai governi precedenti, di rivoluzione e di scostamento da questo atteggiamento (vero o presunto) di avidità e di furbizia della classe politica. Da un lato, quindi, i parlamentari rappresenterebbero il mezzo attraverso cui ogni cittadino può sentirsi rappresentato, ma dall’altro, sembrerebbe radicata l’idea che gli stessi, in qualche modo, riescano sempre ad approfittare della loro autorevole posizione a discapito degli elettori e della loro fiducia. Ecco che, dunque, è sorta spontanea la seguente domanda: quanti di loro, davvero, devono rappresentarci? Quanti di loro devono risiedere in parlamento legittimamente? Quanti di loro, sono, in poche parole, davvero utili

Il referendum, allora, sembrerebbe voler rispondere a questa domanda, e, più in generale, sembrerebbe orientato a soddisfare un’esigenza sociale, volta, principalmente, a trovare il colpevole di una vera o presunta inefficienza governativa. Ecco perché, alcuni tra i più critici, l’hanno addirittura definito come un mero strumento per poter ottenere l’approvazione della classe elettorale, che vedrebbe, attraverso il taglio dei parlamentari, appagato, in un certo senso, il proprio bisogno punitivo verso una classe politica, troppo vasta, che li ha costantemente illusi e impoveriti. In realtà, il numero dei parlamentari e dei senatori per come è strutturato attualmente, non risponde ad un mera scelta arbitraria. Si fonda, anzi, su delle profonde esigenze di rappresentatività espresse durante i lavori alla Costituzione. In particolare, dopo la proclamazione della Repubblica, i padri costituenti, stabilirono che, i parlamentari, dovessero essere proporzionali alla popolazione. Un deputato alla camera ogni 80.000 cittadini e un senatore ogni 200.000, più alcuni altri di default. Secondo questa concezione, piu la popolazione aumentava, più sarebbero dovuti aumentare i parlamentari. Il governo Fanfani, nel ‘63 pose il limite a 630 deputati e 315 senatori, numero che abbiamo tutt’oggi. Negli anni ‘70 iniziò ad emergere l’idea che i parlamentari fossero troppi. Negli anni ‘80 la commissione Bozzi propose di stabilire la rappresentanza in base alla media europea, ma tale proposta non venne mai accolta. Negli anni ’90, con la commissione D’Alema, provò a fissare un tetto massimo di senatori a 200. Con il terzo governo Berlusconi, si propose nuovamente di abbassare il numero dei deputati e dei senatori; in realtà, in quest’ultimo caso, il referendum era volto anche ad altri obiettivi come quello di ridefinire i poteri del P.d.R. e di potenziare i poteri del primo ministro, ma il no vinse con il 61% dei voti. Infine, nel 2016, attraverso la riforma costituzionale Renzi- Boschi, si provò nuovamente a ridurre il numero dei parlamentari, ma anche in questo caso, il referendum fallì. Anche questo governo, dunque si interfaccia nuovamente con questa proposta. Il taglio dei parlamentari è, infatti, il decimo punto del programma m5s- PD per il governo Conte II.   

Vediamo, dopo questa breve premessa, quali sono i pro e i contro di questo referendum. 

I pro, secondo alcuni sostenitori del referendum, sarebbero che: 

  1. si avrebbe un risparmio sulle casse dello Stato. Luigi di Maio, esponente del movimento 5 stelle, nel 2019 aveva dichiarato, infatti, come un simile taglio dei parlamentari avrebbe comportato “mezzo miliardo di euro a legislatura” in termini di risparmio per l’erario. Alcuni economisti avevano, invece, previsto un taglio di “soli” 285 mln.; 
  1. il processo legislativo sarebbe velocizzato; 
  1. la rappresentanza dei parlamentari sarebbe ad un livello europeo; 

questi vantaggi però, se correttamente analizzati, potrebbero muovere a diverse critiche, ed ecco dunque i contro alla riforma, in particolare: 

  1. che siano 80 milioni o 250 milioni, tale cifra è, in realtà, comunque irrisoria alla luce di una prospettiva più ampia; 200 milioni di euro non sono pochi, certo, ma tenendo conto di tutte le manovre annuali per salvare il bilancio pubblico le cifre davvero considerevoli capaci di incidere sul bilancio pubblico sono cifre pari a miliardi. Si pensi che il nostro debito pubblico, proprio qualche giorno fa, ha raggiunto il record di 2.500 miliardi di euro. Tagliare, dunque, la rappresentanza dei cittadini del 36% per un risparmio “misero”, che, obiettivamente, non risolverà la situazione di sovraindebitamento, forse non è poi tanto un giusto investimento. Un parlamento più circoscritto, del resto, significherebbe una minore rappresentatività e, dunque, una maggiore difficoltà dei partiti piu piccoli di essere rappresentati in Camera e Senato; 
  1.  il nostro sistema legislativo si fonda su quello che viene definito “bicameralismo perfetto”. Camera e Senato hanno, cioè, gli stessi poteri e, solo alla fine, quando entrambe le camere sono d’accordo si approva la legge. È ragionevole ritenere che sia proprio tale sistema a creare un rallentamento alla funzione legislativa del nostro Governo. (Si permetta in tal sede un’osservazione: davvero il problema del nostro Governo è quello del lento iter di creazione legislativa? Posto l’innumerevole numero di leggi vigenti che, anzi, talvolta provoca nel cittadino una sensazione di incertezza del diritto?). Ad ogni modo, una soluzione alla “lentezza legislativa” che hanno adottato gli altri stati dell’Unione Europea è quella del bicameralismo imperfetto, ovvero, ci sono sempre due camere ma una è la cosiddetta “Camera Bassa”, ove ci sono delle persone elette direttamente dai cittadini, e poi c’è una “Camera Alta” che ha una funzione di garante. Visto che la Camera Bassa è la più importante, è lì che sono proposte e modificate le leggi e solo alla fine dell’iter creativo le stesse sono mandate alla Camera Alta che, sottoforma di garante, controlla e approva. È evidente che questo sia un processo sicuramente più veloce del nostro. A cercare di superare il sistema del bicameralismo perfetto ha provato, in prima battuta, il governo Berlusconi nel 2006, successivamente, tentò l’impresa anche il governo Renzi. Ad ogni modo, entrambi questi tentativi fallirono. È ora chiaro al lettore che questo referendum costituzionale non supera il sistema del bicameralismo perfetto, e dunque non c’entra l’obiettivo di velocizzare il processo creativo legislativo, ma è soltanto volto ad incidere, negativamente, sulla rappresentatività del parlamento. È, come si usa dire, una “frode delle etichette”. 
  1.  Effettivamente, per numero di parlamentari nell’Unione Europea, con 941 parlamentari, l’Italia detiene il primato per numero, quindi, se tagliassimo dei posti scenderemmo nella classifica ed entreremmo nella “media europea”. Bisogna, però, tenere in considerazione che siamo il terzo paese più popoloso dell’intera Unione Europea, con ben 60 milioni di abitanti, ecco perché la rappresentanza, per com’è strutturata adesso, deve ritenersi ottimale. Nella nostra Camera dei deputati, infatti, abbiamo un deputato ogni 96.000 abitanti. Questa rappresentatività non è lontana da quella che avevano progettato i padri costituenti. Con questa riforma avremmo 1 deputato ogni 156.000 abitanti anziché 96.000 e diventeremmo, paradossalmente, gli ultimi in classifica come rappresentatività all’interno dell’Unione Europea. 

In conclusione, il sentimento antisistema, diffuso a livello sociale e poi trasmesso da alcune classi politiche, ha portato, diverse volte, alla promozione di questo tipo di referendum costituzionale, suffragato dalle più disparate motivazioni. Qualora venisse davvero approvato, e questo in sintesi è il pensiero sostenuto da coloro che sono contrari alla riforma, ciò comporterebbe, in breve, il fatto che i partiti piu piccoli avrebbero un minor numero di deputati e ciò equivarrebbe ad una minore rappresentatività. Diversamente, come sostenuto da alcuni esponenti invece favorevoli alla riforma, si potrebbe avere, attraverso questa riforma, un risparmio economico e di tempo, nonché una maggiore controllabilità dell’iter legislativo: ma a che prezzo?  

Pubblicato da Lexacivis

Lexacivis è un sito a scopo informativo, che porta i cittadini a conoscenza delle leggi a loro più vicine in modo chiaro e semplificato.

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