EDUCAZIONE, SENSO CIVICO E LEGGI: ECCO QUELLO CHE SERVE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

intervista integrale all’Avvocato Giambattista Badinotti – Avvocato dello studio legale Badinotti

Il tema della violenza contro le donne è certamente uno dei più sensibili, attuali e meritevoli di attenzione a livello globale, tanto da aver portato all’istituzione della relativa “Giornata internazionale”, la cui ricorrenza – giova ricordarlo – cade in data 25 novembre. L’attualità del tema si riscontra concretamente anche a seguito dei recenti fatti di cronaca internazionale, con particolare riferimento a quanto accaduto in Ucraina e Iran, i quali testimoniano come la violenza di genere sia ancora oggi presente in diverse culture e come tali comportamenti violino le norme nazionali ed internazionali, ma soprattutto i diritti umani. Ciò sottolinea l’importanza e la necessità di far luce su alcuni aspetti fondamentali di questo fenomeno sistemico al quale, purtroppo, non si riesce a mettere la parola fine. Abbiamo pensato, dunque, di raccogliere una “voce” mirata sul punto grazie alla testimonianza dell’avvocato Giambattista Badinotti, il quale – nella sua carriera professionale – ha assistito diverse vittime di violenza e maltrattamenti in famiglia.

1. Avvocato, secondo Lei, quant’è importante la cooperazione tra i diversi Stati al fine di istaurare/ mantenere un clima di rispetto e non violenza?

La cooperazione, il continuo ed incessante scambio di informazioni e dati tra i diversi Stati – soprattutto fra le Istituzioni politiche, governative ed anche del terzo settore preposte all’interno dei singoli Paesi alla tutela ed alla salvaguardia dei diritti fondamentali delle donne e più in generale dei soggetti “deboli” -, costituiscono ovviamente un mezzo ed uno strumento esiziale per arginare il dilagare ed il diffondersi del problema. Ciò che però non deve essere sottaciuto è che il proliferarsi degli episodi trova la sua ragione e causa originaria nella mancanza di senso civico, nella carenza di educazione, nell’assenza totale di scuola, nel senso più ampio ed elevato del termine nei soggetti, sia giovani che adulti ed anziani. L’ignoranza crea solo altra ignoranza che porta con sé cattiveria e prevaricazione del prossimo.

2. Tra i trattati internazionali non possiamo non citare la Convenzione di Istanbul. Cosa bisognerebbe fare per garantire le “quattro P” (prevenzione, protezione, perseguimento e politiche integrate) alla base della Convenzione?

Non voglio essere ridondante e ripetitivo, ma ciò che deve essere compreso è che si tratta di questioni prettamente culturali , per la soluzione e la “calmierizzazione” delle quali, è inevitabile partire da a) una scolarizzazione diffusa, capillare, profondamente diversa da un nozionismo limitato alla ripetizione di concetti; b) una scuola che vada verso lo studente, spingendolo a comprendere cosa, come e perché determinati situazioni storiche, culturali e politiche si siano potute verificare, le ragioni che hanno portato gli uomini a comportarsi in un determinato modo in un determinato contesto storico. Sarà quindi del tutto consequenziale che, partendo da questo percorso che porterà negli anni ad un mutamento culturale e spirituale, anche parlare di protezione e perseguimento dei comportamenti deviati avrà senso e non rappresenterà il triste ripetersi e susseguirsi di opinionisti/specialisti che si presenteranno davanti alle telecamere quando ormai la tragedia già si sarà verificata.

3. Il nostro Paese è da sempre contro ogni forma di violenza, tant’è vero che il 24 novembre è stato approvato il DDL per l’istituzione bicamerale di una commissione d’inchiesta sul femminicidio. Ciononostante, assistiamo ancora oggi a numerosi femminicidi, segno indubbio che le leggi vigenti andrebbero riviste o meglio applicate. Oltre dal punto di vista legislativo, sarebbe opportuno anche un intervento culturale per contrastare pregiudizi e stereotipi?

Le leggi sono ovviamente fondamentali, ma se non cambia prima di tutto la mentalità dei soggetti che tali leggi devono poi rispettare, sarà sempre una guerra combattuta ad armi impari, poiché una norma per quanto ben scritta, con attenzione, lungimiranza, cerca sempre di normare quanto successo non potendo in alcun modo anticipare il proliferare continuo e lo stillicidio di comportamenti devianti e deviati che la cronaca quotidianamente ci propone. Lo Stato non deve con la sua legislazione educare e conformare l’agire umano, non siamo e non vogliamo essere in uno Stato etico che limita la libertà di azione e financo di pensiero dei propri cittadini; l’ordinamento deve creare le condizioni ottimali per cui le relazioni sociali, i comportamenti dei consociati siano ispirati a regole di convivenza civile e sociale, che devono costituire l’humus su cui edificare le vite presenti e future dei propri consociati.

4. Nel nostro sistema penale, sono presenti numerosi strumenti per contrastare la violenza contro le donne (es. braccialetto elettronico, codice rosso ecc.) questi oltre a gravare ulteriormente sul sistema processuale, non hanno eliminato la paura delle vittime di denunciare gli abusi. Secondo la Sua esperienza professionale, cosa funziona e cosa, invece, andrebbe riformato?

Avere dato finalmente risalto ad una problematica tanto immanente nella presente società, anche se da sempre esistente e presente nei diversi contesti sociali nel corso degli anni, contribuisce a creare un diverso clima, un terreno diverso, un approccio completamente discrasico rispetto al passato, con risultati ovviamente opposti se visti dal punto di vista della persona offesa e dell’autore dell’illecito.

La predisposizione alla denunzia dipende, ovviamente, dal grado specifico di sgomento provocato dal fatto, dal rapporto con il reo, dalla probabilità di successo dell’azione penale messa in movimento; sicuramente l’avere previsto un termine temporale più lungo per la proposizione della querela è stato un passo di grande civiltà che porterà nel tempo a risultati in termini di quantità di denunce, facendo emergere il dato reale di tale tipo di abuso e di abomini, che molto spesso restano impuniti e vanno ad alimentare la cosiddetta cifra nera, data dalla differenza fra il numero di reati commessi e quello dei “denunciati/perseguiti”.

Il cosiddetto Codice rosso, introdotto con legge “bipartisan” del 19 luglio 2019, con cui sono state apportate modifiche al codice penale e di procedura penale, nonché altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, costituisce una pietra miliare nel panorama penale, culturale e criminologico, da cui poi in sede di applicazione pedissequa e quotidiana si dovrà mirare a dare attuazione concreta ai proclami ed alle volontà ed intenzioni legislative. Si è creato un canale preferenziale che consentirà un iter agevolato e più giuridicamente certo in presenza di determinate situazioni anche non ancora gravi, perché non ancora deflagrate in episodi drammatici.

Poi, come già detto, tutto è perfettibile e migliorabile, ciò che non deve cambiare è però lo spirito delle ultime novelle normative che ha spinto il legislatore a introdurre nuove forme processuali e nuovi istituti a tutela delle posizioni soggettive dei soggetti deboli.

5. Esistono misure nel processo civile che tutelano le vittime di violenza?

Il solo strumento penale e processual penalistico non è sufficiente; è esiziale che gli istituti di diritto civile, soprattutto in materia di separazione e divorzio, sia con presenza di figli che senza gli stessi, siano coordinati, evitando così che un medesimo fatto venga deciso in maniera discrasica dal giudice penale che si trova al piano n. 2 rispetto a quello civile che si trova al piano terra del medesimo edificio. Non si tratta di una semplice boutade, è quanto succede abitualmente laddove due magistrati siano chiamati a giudicare un fatto (violenza che ha portato alla fine del matrimonio) determinando le conseguenze civile e penali previste dal legislatore: non è purtroppo raro il caso di soggetti che subiscano una condanna in sede penale ex artt. 570/572 c.p., che poi in sede civile abbiano l’affido condiviso con possibilità di vedere i figli, solo perché gli assistenti sociali a cui si era rivolto il Tribunale Civile aveva ravvisto nel comportamento della madre, anch’essa vittima di violenza, gli estremi per la PAS (sindrome di alienazione parentale). Il concetto di bigenitorialità, sottintende ad un diritto assolutamente sacrosanto, non deve prevalere a prescindere sull’interesse dei bambini a vivere in un contesto adeguato e sano, che può prevedere l’assenza, anche per un lasso temporale limitato, di uno dei due genitori.

È proprio questo che non deve succedere, ossia la presenza di statuizioni diametralmente opposte dovute ad ottusità ed incomunicabilità fra le diverse istituzioni preposte alla tutela dei valori che il Codice Rosso vuole tutelare e proteggere.

6. In conclusione Le chiedo: dal punto di vista umano e pratico quali sono gli aspetti più critici nell’avere a che fare con i casi di violenza?

Molto spesso anche se si tratta “solo di lavoro” le problematiche sottese sono di una portata tale da travolgere completamente anche la propria quotidianità, perché come dico spesso, non dare la giusta importanza ed il peso che meritano certi episodi, in un attimo si rischia di trovare le telecamere del TG4 fuori dallo studio.

È infatti ovvio in situazioni particolari comunicare al proprio/a assistito/a il numero della propria utenza cellulare per qualsivoglia tipo di emergenza, con l’ovvia conseguenza di essere chiamati in qualsiasi giorno ed ora, spesso per motivazioni che potrebbero apparire futili, ma che ovviamente per chi vive in prima persona determinate situazioni non lo sono affatto.

Da un angolo visuale completamente diverso avendo assistito alcune volte anche soggetti accusati di violenza in famiglia, ho potuto verificare come l’eccesso di tutela e di protezione giustamente prevista in determinate situazioni, rischi di trovare applicazione in contesti personali e famigliari del tutto “normali “ caratterizzati da fisiologiche divergenze famigliari, e non certamente patologiche, che dovrebbero costituire il prodromico presupposto per l’iter giudiziario e processuale di tutela. Ecco in alcuni casi, pur non essendoci le condizioni, ho visto l’esistenza di alcuni soggetti, di alcuni genitori fortemente segnata, in ragione di comportamenti e decisioni di magistrati o dei servizi sociali, che applicando aprioristicamente gli istituti, non hanno ben verificato se ce ne fossero prima le reali esigenze e necessità.

 Ringraziamo l’avvocato Badinotti per aver risposto alle nostre domande!

G.V.

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